Sporcizia, spazzatura, scoria, scarto, rusco, rifiuto, immondizia, ciarpame, pattume.
Questi sono alcuni dei termini con i quali s’indicano gli oggetti che a un certo punto della loro esistenza sono privati del loro valore originario, trasformandosi in elementi abietti da rimuovere dalla vista grazie a un allontanamento fisico e simbolico. L’antropologa Mary Douglas ha affermato che la sporcizia è «un qualcosa di fuori posto» e ciò in virtù della precedente definizione di un ordine, che permette di distinguere tra quello che è interno o esterno a un gruppo sociale [1]. Ma una simile visione trova spazio anche in altri campi disciplinari. Lo storico Dipesh Chakrabarty, commentando la rappresentazione stereotipata dell’India come luogo sporco e disordinato, ha evidenziato la tendenza a confinare i rifiuti prodotti nei centri abitati all’interno di territori che sono sempre e comunque designati come un altrove indefinito. La principale forma di gestione degli scarti risiede ancora oggi nella loro dislocazione "incerta", che richiama alla mente la riflessione di Italo Calvino sull’immaginaria - ma non troppo – città parassitaria di Leonia:
«Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano. [...] Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta» [2].
Anziché pensare all’uomo come a una mente disincarnata che agisce in una realtà sempre più informatizzata, occorre ricordare che egli sta nel mondo anche con il proprio corpo. Ed è da questo tipo d’interdipendenza che prendono forma gli spazi antropici: luoghi effimeri, che possono sempre essere abbandonati e quindi riconquistati dalle forze dell’ambiente. Lo scrittore e paesaggista Gilles Clément si è riferito a questi spazi con l’espressione terzo paesaggio proprio per sottolineare il processo di abbandono e allontanamento che li produce e li differenzia. Queste aree involontariamente dimenticate oppure attivamente rimosse dalla vista diventano esteticamente sgradevoli ed evocano la presenza di un attore che ha smesso di agire, testimoniando l’avanzare delle forze organiche e inorganiche e il ripiegamento dell’umano. L’invito che ne risulta è di dare concretezza al problema della gestione dei rifiuti andando a indagare i contesti in cui si accumulano: le discariche, infatti, consentono di osservare il sistema di relazioni che si coagula intorno ai materiali di scarto, l e credenze che sostengono l’esistenza di questi spazi e i risvolti politici che possono assumere. Questi luoghi non sono solo un esempio di degrado ambientale, poiché essi rappresentano dei terreni di sperimentazione e di sospensione delle norme culturali in cui i rifiuti possono riacquisire importanza.
È questo il caso della discarica Jardim Gramacho, che ha svolto la funzione – fino al 2012 – di centro di raccolta dei rifiuti di Rio de Janeiro: essa ha costituito lo spazio di lavoro e di vita per migliaia di catadores, cioè coloro che si occupano in modo spontaneo del recupero dei materiali riciclabili. Nel corso della sua ricerca di campo raccolta nel testo Reclaiming the Discarded, Kathleen Millar ha cercato di comprendere le ragioni per cui i catadores tornassero a lavorare in discarica, anche dopo alcuni periodi di allontanamento. Un raccoglitore da lei intervistato le spiegò come i nuovi arrivati, all’inizio, considerassero la discarica un posto orribile in cui sarebbe stato impossibile resistere a lungo. Col tempo, tuttavia, i raccoglitori finivano per abituarvisi, restando lì anche per diversi ani, a riprova della forza di attrazione che quel luogo era in grado di esercitare su quanti vi mettevano piede. Chiunque arrivasse a Jardim Gramacho doveva sottoporsi a un periodo di apprendistato molto faticoso, attraverso cui s’imparava a distinguere i rifiuti dalla massa indifferenziata, collezionarli e, infine, trasportarli nei sacchi per rivenderli. Solo in seguito, questi comportamenti erano assimilati in un habitus che consentiva di prendere coscienza dell’ambiente circostante e partecipare a momenti di svago come pasti in comune e partite di calcio [3]: questa forma di condivisione permetteva la creazione di una comunità sulla quale fare affidamento, benché le condizioni di lavoro facessero apparire la raccolta dei rifiuti come una pratica individuale.
Uno degli aspetti distintivi dell’indagine di Millar riguarda l’essersi sottoposta in prima persona al recupero dei materiali riciclabili, sperimentando l’iniziale senso di repulsione verso l’agglomerato anonimo degli scarti in arrivo ogni giorno. Questo stato di shock percettivo è stato poi sostituito dall’emergere di un’abitudine nel vedere e toccare i rifiuti, oltre che nel sentire il loro odore acre e pungente. Allo stesso tempo, se è vero che i rifiuti possono rappresentare una fonte di guadagno, essi contengono anche sostanze potenzialmente pericolose: costituendosi tanto come risorse economiche, per esempio attraverso la vendita della plastica e del metallo di cui sono composti, quanto come minacce per la salute, nessuna valutazione sul loro ruolo può essere compiuta in modo definitivo.
Qual è dunque la ragione del ritorno in discarica dei catadores? La loro attività, di fatto, non costituisce una mera strategia di sopravvivenza, bensì una modalità per plasmare uno specifico modo di abitare il mondo. Questa pratica cambia i soggetti: li spinge a non rinunciare all’autonomia nell’organizzazione del proprio tempo di lavoro in relazione alle esigenze economiche e familiari, rifiutando così le condizioni subordinate del lavoro salariato. Quest’ultimo rappresenta uno degli obiettivi per raggiungere l’ideale di vita buona sviluppato nel secolo scorso dalla classe media delle società nord-occidentali: la stabilità nei sistemi politici, nella carriera lavorativa e nel nucleo familiare continua a costituire il desiderio di molti ma, a ben vedere, resta una forma di «ottimismo crudele» [4]. Nel caso brasiliano, i catadores spendono velocemente i soldi guadagnati ma non per l’incapacità di gestire le proprie finanze, bensì a causa di una diversa idea di cosa significhi vivere bene. In realtà, il denaro è condiviso con familiari e amici, e la rapidità col quale è usato costituisce una tattica per sviluppare progetti a lungo termine nella precarietà, ad esempio comprando immediatamente i mattoni per costruire in futuro il proprio bar. La trasformazione identitaria dei catadores è legata a un contesto locale, prodotto dall’intreccio tra forme di potere, opportunità e lavoro. Per tale ragione, gli individui che nel mondo si occupano dei rifiuti sono, infatti, tanto diversi quanto i flussi dele tipologie di scarto generati quotidianamente.
In questo senso, può essere utile rivolgere l’attenzione a un’altra ricerca etnografica che ha interpretato il lavoro in discarica come un processo di apprendimento. All’interno del testo Waste Away, Joshua Reno si è occupato dei lavoratori di classe media della discarica di Four Corners nel Michigan: essa esercita un potere sui lavoratori che non si limita ala sfera della percezione sensibile. È infatti opinione comune che questo tipo di attività sia da associare a una basa estrazione sociale e, dunque, all’impossibilità di trovare un impiego migliore. Alla base di queste forme di denigrazione vi è la credenza che il ruolo occupato nella società sia frutto di un insieme di scelte autonome; tuttavia, le circostanze entro le quali un individuo opera sono fondamentali per determinare il grado di mobilità sociale cui può aspirare. Per questo motivo, il lavoro che un soggetto compie non dipende esclusivamente dalle sue capacità ed è proprio questa constatazione a poter generare una nuova immagine di sé. I lavoratori stigmatizzati possono sviluppare delle interpretazioni alternative delle loro pratiche, in modo da resistere alle discriminazioni che subiscono da parte di altri attori sociali. D’altronde, questo fenomeno può prendere corpo solo dopo aver messo in dubbio i giudizi negativi provenienti dall’esterno: i membri del personale di Four Corners rischierebbero di restare paralizzati dall’imbarazzo e dalla vergogna, se condividessero l’opinione che ciò che fanno sminuisce il loro vero potenziale. La stabilità perseguita dagli operatori non è solo un’aspirazione di carattere finanziario ma riguarda anche la capacità di agire responsabilmente verso i propri risparmi e nelle relazioni interpersonali: riuscire a mantenere il proprio lavoro permette di sviluppare progetti di vita per il proprio futuro e per quello dei propri figli. L’attività lavorativa in discarica ha un grande peso nel processo di costruzione identitaria ma, a differenza del caso brasiliano, i lavoratori cercano di mantenere separata questa sfera da quella della vita privata: mentre la prima è caratterizzata dalla logica del profitto e della mercificazione di cose e persone, la seconda rappresenta uno spazio d’investimento affettivo disinteressato, caratterizzato dalla reciprocità.
La dimensione di massa assunta dai rifiuti ha avuto l’effetto di delegarne la gestione a una piccola parte della popolazione: tutto si riduce a un gioco di separazione tra le persone e i loro rifiuti, e tra esse e altre persone. Il lavoro di Reno chiarisce come lo sforzo di rendere invisibili i rifiuti sia connesso ala riproduzione dele pratiche di vita della popolazione nordamericana: acquistare merci, mantenere la propria casa pulita e in ordine, investire sul futuro dei figli, e così via. La demonizzazione delle discariche può essere sostituita da una visione più critica nei confronti delle fasi di estrazione delle risorse, produzione e consumo: questi spazi rappresentano l’occasione per riflettere sul nostro rapporto con le merci, sulla vita che concediamo agli oggetti e sulle nostre idee di funzionalità e pulizia.
L’osservazione della vita sociale degli scarti prende corpo nei due contesti etnografici attraverso la ricostruzione delle storie che possono essere scritte rivolgendo lo sguardo al rapporto dinamico tra ciò che è buttato e chi ne entra in contatto. La marginalità di chi lavora in discarica non è necessariamente una condizione imposta ma può rivelarsi una scelta, o meglio un modo per opporsi e resistere a un ordine a cui non si vuole appartenere. Se i rifiuti sono stati concepiti come dati di fatto o fonti di preoccupazione, è ora possibile reinterpretarli integrando la dimensione della cura nella loro materialità. Gli individui che si occupano del loro trattamento vedono delle potenzialità non percepibili dalla maggioranza degli abitanti dei centri urbani del Nord del mondo. Inoltre, essi riconoscono l’insostenibilità del sistema produttivo che li ha generati ma le loro voci restano inascoltate, a causa dello stigma sociale cui sono sottoposti. Lo sporco non è solamente un elemento fuori posto. La materialità dei rifiuti, infatti, genera luoghi inusuali in cui prendono forma le vite delle persone che percorrono quotidianamente questi spazi: l’intreccio e la reciproca contaminazione tra lo scarto e l’umano contribuiscono così alla produzione di nuove identità, storie e visioni del mondo – quel mondo che abbiamo allontanato dal nostro sguardo.
Nives Ladina è un’antropologa e autrice che si interessa di questioni ambientali e di salute biosociale. Ha un background fortemente interdisciplinare, radicato nelle arti visive, negli studi letterari, e nelle scienze antropologiche.
Questo articolo è un estratto di Alea: Materia (2021), che fa parte del ciclo di volumi in italiano raccolti in Archivio 2124.
[1] Douglas M., Purity and danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo.
[2] Calvino I., Invisible cities, translated by Weaver William.
[3] Questo termine è stato utilizzato da Pierre Bourdieu per indicare un complesso di schemi di percezione, pensiero e azione che è assimilato in modo duraturo a partire da una serie di condizioni ma che può perdurare anche di fronte al mutamento di queste ultime.
[4] Espressione con cui la letterata Lauren Berlant ha indicato la relazione che s'instaura quando qualcosa che si desidera rappresenta un ostacolo alla propria realizzazione: per esempio, l'incertezza e l'instabilità odierne precludono a molti individui la sicurezza nel lavoro e nella vita privata, aspetti considerati centrali per il raggiungimento della felicità.