Italia, 1911. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, nelle tre capitali del Regno hanno inizio le celebrazioni per il giubileo della patria. Sono inaugurate mostre e rassegne, come l’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro a Torino, la Mostra del Ritratto italiano a Firenze, o la Mostra Etnografica e la Mostra Regionale a Roma. Sono presenti paesi stranieri, con propri edifici espositivi che ospitano produzioni, opere d’arte e d’ingegno [1].
A Torino, nel Padiglione degli Italiani all’estero, si aprono le mostre coloniali, comprendenti sezioni bibliografiche e cartografiche, ma anche botaniche ed etnografiche, con utensili, arredi, armi e altri prodotti giunti dai domini d’Oltremare: l’Eritrea e la Somalia italiana. Arrivano anche eritrei e somali in carne e ossa: soldati delle truppe coloniali (zaptié e ascari) e civili chiamati a inscenare la vita nelle comunità del Corno d’Africa. Nelle intenzioni degli organizzatori, lo sforzo doveva sfatare il giudizio diffuso che descriveva i possedimenti italiani come distese aride e improduttive.
Vengono allestiti due tipici villaggi indigeni. In quello eritreo, posizionato sulla sponda del Po e caratterizzato da alcuni tucul, una capanna dancala e una chiesa copta, si esibiscono sette uomini e un’anziana donna, che offrono dimostrazioni di oreficeria, tessitura, intreccio e ricamo. Anche il villaggio somalo, presentato come il più comune villaggio che si poteva incontrare lungo i fiumi Uebi Scebeli o Giuba, trova spazio sulla sponda del Po. Lo animano donne, uomini e bambini dei diversi clan (cabile), l’appartenenza ai quali regolava i rapporti all’interno della società somala. Tra loro «indigeni tratti da famiglie di notabili», altri provenienti da Mogadiscio o da altri territori costieri e otto ascari. Alloggiano in quindici capanne costruite intorno a una moschea, e passano il tempo a lavorare stoffe, tirare con l’arco e a pregare. Gli ascari, invece, prestano servizio di sorveglianza e contribuiscono a illustrare ai visitatori le raccolte etnografiche presenti [2].
Sin dall’avvio dell’espansione italiana in Eritrea si erano tenute diverse esposizioni coloniali, e quella di Torino non è stata l’unica ad aver assunto anche i caratteri di zoo umano. La «messa in mostra» di persone appartenenti a popolazioni dominate aveva anzi giocato un ruolo importante nella diffusione di una “coscienza coloniale” tesa a legittimare l’impegno militare in Africa [3], nonché a favorire la «volgarizzazione delle teorie sull’ordine gerarchico delle razze» [4]. Tuttavia, l’esposizione del 1911 rappresenta la più grande tra quelle organizzate fino a quel momento, e coincide con l’intensificarsi di una campagna di stampo imperialista cominciata negli anni precedenti, poi sfociata nella Guerra italo-turca in Tripolitania e Cirenaica avviatasi a settembre dello stesso anno, quando le celebrazioni per il cinquantesimo erano ancora in corso.
Come sostenuto da Guido Abbattista, le mostre torinesi si inseriscono pienamente in questo clima politico e culturale. I due villaggi indigeni dovevano rappresentare realtà diverse e, sebbene perseguissero gli stessi scopi propagandistici, dovevano produrre messaggi differenziati. Attraverso l’esibizione delle loro capacità manuali, gli abitanti del villaggio eritreo erano chiamati a dar prova delle loro doti artigianali e artistiche, presentandosi come lavoratori pienamente integrabili nell’economia italiana e quindi sfruttabili per la grandezza dell’Italia, pur nella convinzione della loro primitività tecnologica e culturale che giustificava la missione civilizzatrice. I somali, invece, dovevano evidenziare gli aspetti sconosciuti della giovane colonia, alimentando l’interesse scientifico per le risorse naturali che essa offriva e per quella popolazione solo recentemente assoggettata, anche attraverso l’esaltazione di aspetti pittoreschi o inquietanti ma comunque «spettacolari» e comprensibili nel «gioco attrazione-repulsione» prodotto dall’incontro con «un esotico diverso e non del tutto affrancato dai segni di una condizione incivile» [5].
Per la maggioranza degli italiani queste esposizioni costituivano l’unica possibilità per scoprire le colonie d’Oltremare. Ciò le rendeva delle attrazioni. Anche a Torino si hanno gli stessi risultati, nonostante fosse noto che non tutti gli abitanti del villaggio eritreo fossero effettivamente eritrei (tre erano etiopi e due erano del Sudan britannico) e i somali provenissero in buon numero dalla Somalia britannica, probabilmente ingaggiati da un impresario tedesco che si occupava di importare in Europa animali ed esseri umani dall’Africa e dall’Oriente [6]. Sono proprio i somali a destare maggiore interesse nei visitatori e nella stampa, attratta dai loro tratti somatici, dalle loro presunte scarse abilità costruttive a cui si contrapponevano elevate doti di navigatori, e dalla loro relativa padronanza della lingua italiana, diffusa tra gli ascari [7]. Per i somali, inoltre, la permanenza in Italia non si sarebbe chiusa con la fine dell’esposizione torinese, ma avrebbe assunto un carattere itinerante, funzionale alla moltiplicazione degli effetti prodotti negli italiani che vi entravano in contatto, per consolidare il consenso intorno all’espansione coloniale e cementare l’identità nazionale, attraverso la messa in scena della loro alterità.
Così, dopo lo smantellamento dei due villaggi e la ripartenza per l’Africa degli eritrei [8], i somali intraprendono un viaggio a tappe, facendo sosta in alcune delle maggiori città. A Firenze vengono anche inseriti in un progetto di studio e misurazione antropometrica già avviato su campioni di popolazioni extra-europee per conto del Museo Nazionale di Antropologia [9]. All’interesse scientifico e politico si accompagna quello economico, perseguito tramite forme di spettacolarizzazione della diversità che generavano profitti attraverso l’esibizione dei loro corpi anche in alcuni centri minori e periferici, dove le possibilità di incontrare sudditi delle colonie erano esigue o inesistenti.
A fine marzo del 1912, per esempio, la compagnia di somali giunge a Macerata, città con meno di 23.000 abitanti censiti e lontana da aree metropolitane e snodi commerciali. Del loro passaggio resta traccia in alcuni articoli di giornale, che sottolineano l’eccezionalità dell’evento attingendo a piene mani dal registro linguistico coloniale. Il locale periodico liberale “L’Unione” annuncia il loro arrivo con entusiasmo: «Respirono coloro che vanno alla ricerca di svago, di novità e di varietà! [...] Cento Somali della nostra colonia africana pianteranno le loro tende sul palcoscenico» del Teatro Politeama Marchetti, e, «reduci dall’Esposizione di Torino», per soli due giorni si «mostreranno in tutti i loro costumi» [10]. Altre fonti sottolineano come fossero «tradizionali nemici degli Arabi» che l’Italia stava combattendo in Tripolitania e Cirenaica [11]. Nonostante la loro permanenza sia stata brevissima, secondo le cronache avrebbero stimolato «curiosità» e «interesse» nei visitatori, contribuendo a diffondere in un altro angolo del Paese sentimenti nazionalisti e di sostegno alle guerre coloniali, proprio mentre una di queste era ancora in corso:
Sabato e Domenica il popolare teatro è stato sempre affollatissimo. I Somali - fra i quali magnifici esemplari di bellezze africane - si son mostrati in tutti i loro costumi e le loro specialità [...] ogni tanto la tribù si riuniva sul palcoscenico per eseguire le più scapigliate delle fantasie guerresche accompagnate da urla veramente selvagge [...] Uno spettacolo che esce dall’ordinario e ha il pregio dell’originalità [12].
Matteo Petracci, dottore di ricerca in Storia, Politica e Istituzioni dell'area Euro-mediterranea e Guida Ambientale ed Escursionistica, si occupa di storia dell'antifascismo e della Resistenza, di storia della psichiatria e della devianza sociale e politica. Il suo ultimo libro, pubblicato nel 2020, è Partigiani d'oltremare.
Questo articolo è un estratto di Alea: Materia (2021), che fa parte del ciclo di volumi in italiano raccolti in Archivio 2124.
[1] La Mostra regionale di Roma ospitava quattordici padiglioni contenenti elementi originali e riproduzioni di oggetti d’uso quotidiano, abiti e maschere in grado di evocare la varietà etnografica e la ricchezza di tradizioni diffusa nella penisola. Tra i paesi europei ed extraeuropei presenti c’erano la Germania, l’Austria, il Regno Unito, la Turchia, il Brasile, l’Ungheria; cfr. Le Esposizioni di Roma e di Torino nel 1911 descritte ed illustrate, 1911.
[2] Ministero delle colonie, 1913.
[3] Bono S., Esposizioni coloniali italiane. Ipotesi e contributo per un censimento, in L’Africa in vetrina. Storie di musei e di esposizioni coloniali in Italia, a cura di Labanca N.
[4] Tarantino C., Straniero A., La bella e la bestia. Il tipo umano nell’antropologia liberale.
[5] Abbattista G., Umanità in mostra. Esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1848-1940).
[6] Ibidem.
[7] “La Stampa”, 14 maggio 1911.
[8] “La stampa”, 26 ottobre 1911.
[9] Di alcuni tra gli uomini – perché per le donne l’impresario negò l’autorizzazione – sono annotati dati relativi al colore della pelle, colore e posizione degli occhi, statura, misura e proporzione delle orecchie, degli zigomi e del corpo. Di loro restano anche alcune fotografie scattate in primo piano; cfr. Puccioni N., Ricerche antropometriche sui Somali, in “Archivio per l’antropologia e l’etnologia”, n. 4, 1911.
[10] 100 somali italiani al Politeama Marchetti, in “L’Unione. Periodico politico-amministrativo della provincia di Macerata”, 27 marzo 1912. Il numero di 100 è un’esagerazione. Il già citato Guido Abbattista rileva come le fonti siano discordanti: secondo alcune i somali presenti a Torino erano poco più di 30, secondo altre erano circa 80.
[11] Torresi F., Torresi E., La città sul palcoscenico. Arte, spettacolo, pubblicità a Macerata. 1884-1944. Si tratta di una raccolta di articoli di giornale trascritti integralmente, manifesti pubblicitari e commerciali, locandine di spettacoli e fatti di “costume” riguardanti la città di Macerata. In alcuni casi, come in questo citato, gli autori non hanno specificato la testata giornalistica da cui l’articolo è tratto.
[12] I somali al Politeama, in “L’Unione. Periodico politico-amministrativo della provincia di Macerata”, 3 aprile 1912.